LA MALATTIA COME DONO

 


 

La malattia è una disfunzione, un disturbo o una disarmonia nel corpo e nella mente di un organismo vivente che provoca sintomi specifici e altera il funzionamento dell’organismo.

Il termine malattia deriva da quello di malato, che a sua volta proviene dal latino male aptus, traducibile come “malconcio, in cattive condizioni”, e da male-actio = mala azione, ovvero una malattia indotta da un’azione scorretta, dovuta all’ignoranza della mente del soggetto.

Alcune correnti di pensiero sostengono che la malattia sia un segnale proveniente dal corpo, attraverso il quale la parte divina, che si trova all’interno di ogni persona, vuole far comprendere che c’è qualcosa, nelle azioni, nei pensieri e nelle parole, che non rispetta le leggi fondamentali dell’amore e della responsabilità.

Secondo il pensiero esoterico, le malattie derivano da uno stato di disarmonia e disallineamento tra il Sé, che è il vero uomo, e i suoi veicoli di espressione.

La malattia è uno degli effetti inevitabili del nostro stato di incoscienza e limitazione, ma è utile anche perché indica gli errori che sono presenti. Nasconde un messaggio che deve essere decifrato.

La malattia può anche significare una sparizione dell’armonia o la messa in discussione di un ordine che fino a quel momento era stato in equilibrio. Il turbamento dell’armonia avviene però nella coscienza, sul piano dell’informazione, e si limita a mostrarsi nel corpo. Il corpo è il piano di espressione e realizzazione della coscienza e, quindi, di tutti i processi e mutamenti che avvengono nella coscienza.

Quando un sintomo si manifesta nel corpo, attira l’attenzione su di sé e mette in discussione la normale esistenza. Un sintomo esige da noi osservazione e segnala che qualcosa manca, qualcosa non funziona.

La malattia ha un solo scopo: avviare un processo di guarigione. Compensa tutte le unilateralità e riporta al centro; molte illusioni vengono distrutte e il destino viene messo in discussione.

Mi hanno diagnosticato la malattia di Parkinson all’età di 56 anni e, da quel momento, la mia vita ha subito un forte scossone. Ebbi la sensazione che il mio amico Park si fosse insinuato nella mia vita in maniera subdola, senza preavviso, senza permesso.

Mi chiedevo spesso il motivo della sua presenza: io, in cammino spirituale da trent’anni e terapeuta, cosa stavo vivendo? Mi sono interrogata più volte, arrivando a questa consapevolezza.

Mi resi conto che, nella mia vita personale, avevo in qualche modo rinunciato a me stessa; avevo indossato una maschera e la mia vera me era stata messa da parte. Avevo rinunciato alle mie “ali”, che rimanevano chiuse dietro la schiena.

Park mi ha come “risvegliata”, come se mi avesse tirato un forte schiaffo, facendomi comprendere che avevo tradito me stessa e che, in qualche modo, mi avesse salvata da una posizione pericolosa.

È vero che, in alcuni momenti, non è facile vivere con la sua presenza, perché il mondo sembra troppo grande, troppo veloce, troppo competitivo, troppo poco inclusivo. La disabilità viene normalmente vista come un impedimento, una mancanza, una differenza. Il diverso spaventa perché non è conosciuto.

Non pensiamo, invece, che proprio grazie alla disabilità possiamo apprezzare la vita in maniera diversa; possiamo vedere la vita da un’ottica differente, possiamo lasciare andare tutto il superfluo per concentrarci su ciò che veramente conta. Possiamo vivere nel qui e ora, apprezzando ogni singolo momento, perché non possiamo sapere cosa il domani ci prospetterà.

In alcuni momenti il mio cervello va in tilt: manda l’impulso ai piedi di muoversi, ma quel comando, in qualche circuito, si perde per strada. Resto lì, in un’eterna partita a “1, 2, 3… stella!”. Il cervello conta, io vorrei scattare verso la vita e poi, all’improvviso — stella.

Le gambe si bloccano. Restano incollate al pavimento, come se avessero radici pesanti, mentre io vorrei solo volare. In quel fermo immagine forzato mi sento nuda, vulnerabile. È lì che l’incertezza mi vince, ma poi faccio tre respiri profondi e penso all’esercizio di mindfulness stop and go: allora l’impulso riparte e il mio piede si muove di nuovo.

Vorrei tanto che il mio corpo tornasse a obbedirmi, che il pensiero e l’azione fossero un’unica danza fluida. Vorrei che il mio brand Soffio d’Angelo (Angel Breath) non fosse solo il nome del mio cammino, ma una forza fisica capace di sbloccare i miei ingranaggi, per sciogliere il piombo nelle mie gambe.

Ma poi mi racchiudo in meditazione e tutto è chiaro. Allora l’energia arriva, la mia forza vitale riparte e un dolce balsamo — l’amore per me stessa e la compassione — accarezza ed entra nel mio corpo. Tutto viene magicamente trasformato, elevato e sublimato. La rigidità, la paura, lo sconforto vengono spazzati via, lasciando spazio a serenità, accettazione, rilassamento, riallineamento, gioia, piacere, creatività, sogno.

Grazie al mio percorso spirituale, al mio percorso evolutivo, alle mie pratiche olistiche e alla mia ricerca esoterica, sto affrontando la malattia da un’ottica diversa. La mia vita è cambiata, è vero; molte volte il ritmo è rallentato, ma è più in linea con il ritmo della Terra. Alcune sere devo rientrare a casa perché la dopamina sta finendo il suo effetto, come Cenerentola che deve scappare via, perché sa che, a breve, la carrozza si trasformerà in zucca.

Poi mi sdraio a letto e leggo un buon libro oppure prendo il mio PC e comincio a scrivere un nuovo romanzo. Quel tempo me lo ha portato Park: mi ha fatto comprendere di avere spazio per esprimere il mio vero dono, che è raccontare me stessa attraverso la scrittura.

Sono arrivata alla conclusione che la vera salute è l’allineamento al Sé superiore, la realizzazione dello Spirito, l’affermazione del Divino dentro di noi. Il nostro compito è rimuovere gli ostacoli che impediscono l’azione divina e, prima di tutto, quelli costruiti dalla nostra volontà separativa, egoista, disarmonica, ribelle.

 

NOTA CONCLUSIVA DELL’AUTRICE

Scrivere queste pagine è stato per me un atto di ascolto e di riconciliazione. Un modo per dare voce a ciò che il corpo, con i suoi silenzi e le sue rigidità, mi ha insegnato nel tempo. La malattia è arrivata senza essere invitata, ha scompaginato equilibri, certezze, ritmi. Ma mi ha anche costretta a fermarmi, a spogliarmi delle maschere, a tornare a casa.

Non ho scritto questo testo per offrire verità assolute o modelli da seguire. Ognuno vive la propria esperienza di malattia in modo unico e sacro. Ho scritto per condividere uno sguardo possibile, nato dall’incontro tra il mio vissuto, il mio cammino spirituale e la mia ricerca interiore. Uno sguardo che considera il corpo non come un nemico, ma come un alleato dell’anima; non come un limite da superare, ma come un messaggero da ascoltare.

La malattia mi ha insegnato la lentezza, la presenza, la compassione. Mi ha insegnato a stare nel qui e ora, ad accogliere ciò che è, a riconoscere il valore del tempo e del silenzio. Mi ha restituito il contatto con la Terra, con i suoi ritmi, e con quella parte di me che avevo messo da parte per troppo tempo.

Se queste parole arriveranno a chi sta attraversando una soglia simile, spero possano offrire conforto, comprensione, o semplicemente la sensazione di non essere soli. Se arriveranno a chi non ha ancora incontrato la malattia, spero possano essere un invito ad ascoltarsi prima, a prendersi cura di sé con maggiore amore e responsabilità.

Oggi continuo il mio cammino, giorno dopo giorno, con i miei limiti e le mie risorse, con le mie pratiche e le mie fragilità. So che la vera guarigione non è sempre la scomparsa del sintomo, ma la riconnessione con il Sé, l’allineamento con ciò che siamo davvero.

Questo scritto è un dono che affido al lettore, con gratitudine e umiltà, come parte del mio percorso e come testimonianza di un incontro che, pur nella sua durezza, mi ha riportata più vicino alla mia essenza.

Liliana Ma Prem Karima Fantini

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