DIARIO DI UNA SECRETARY MANAGER DAP FESTIVAL – Giorno 12


 


DIARIO DI UNA SECRETARY MANAGER
DAP FESTIVAL – Giorno 12

Stamani alzarmi è stato faticoso. Comincio a sentire sulla pelle la stanchezza di dodici giorni di festival. Le ore di sonno sembrano non bastare mai, le gambe sono pesanti e la mente, per qualche istante, vorrebbe semplicemente concedersi una pausa.

Eppure, appena arrivo al festival, tutto cambia.

La soddisfazione di vedere artisti provenienti da ogni parte del mondo raccontare la propria storia, la propria cultura e le proprie emozioni attraverso il linguaggio universale del corpo è qualcosa di profondamente ipnotizzante. Ogni spettacolo è un viaggio diverso. Alcuni mi emozionano immediatamente, altri mi lasciano domande che continuano ad accompagnarmi anche dopo il ritorno a casa. Ed è proprio questo il bello dell'arte: non sempre offre risposte, ma apre porte.

Ogni sera mi siedo sempre nello stesso posto, nel Chiostro di Sant'Agostino. È diventato un piccolo rituale. Prima che il pubblico si sistemi e che le luci si abbassino, mi concedo qualche minuto per osservare il chiostro. Il silenzio che precede lo spettacolo ha qualcosa di sacro. Le pietre antiche, il cielo che lentamente cambia colore, l'attesa... tutto sembra preparare il cuore ad accogliere ciò che sta per accadere.

Questo luogo, giorno dopo giorno, mi è diventato familiare. Mi trasmette una sensazione di pace, di appartenenza, quasi fosse una seconda casa. È incredibile come uno spazio possa diventare parte di noi in così poco tempo, semplicemente perché lo abbiamo riempito di emozioni.

Poi le luci si abbassano e tutta la magia ha inizio.

Trovo sempre affascinante entrare nell'universo che ogni coreografo o coreografa decide di condividere con il pubblico. Ogni movimento è una parola, ogni gesto una frase, ogni silenzio ha un significato. Non tutto è immediatamente comprensibile, e forse è giusto così. La danza non chiede necessariamente di essere capita con la mente.

Esiste un altro livello di comprensione.

Il corpo.

Mentre la ragione cerca di interpretare quello che vede, il corpo ha già sentito tutto. Si emoziona, si tende, si rilassa, trattiene il respiro, vibra insieme ai danzatori. È come se riconoscesse una verità che le parole non riescono a spiegare.

Forse perché il corpo conserva una memoria più antica della mente. Custodisce ogni esperienza vissuta, ogni gioia, ogni ferita, ogni trasformazione. È il luogo in cui la nostra storia continua a scriversi ogni giorno, anche quando non ce ne accorgiamo.

Spesso ci ricordiamo del nostro corpo solo quando ci manda un segnale di stanchezza o di dolore. Eppure lui ci accompagna silenziosamente in ogni istante della nostra esistenza. Ci sostiene, ci protegge, ci permette di amare, di creare, di lavorare, di abbracciare, di danzare.

In questi giorni di festival sto imparando a guardarlo con occhi diversi.

Non solo come un insieme di muscoli e ossa, ma come il tempio della nostra anima. Il luogo in cui l'invisibile prende forma e diventa movimento. Il ponte tra ciò che siamo e ciò che sentiamo.

Forse è questo che la danza ci ricorda, sera dopo sera: che il corpo non mente mai. Esprime ciò che le parole spesso non riescono a dire. E quando impariamo davvero ad ascoltarlo, scopriamo una saggezza che era sempre stata lì, in silenzio, ad aspettarci.

Il corpo...

E forse, in fondo, è proprio lui il protagonista invisibile di questo festival

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